Spartito musicale con note

MUSICA, UN LINGUAGGIO UMANO E UNIVERSALE

La musica è un linguaggio umano e universale.

E come tutti i linguaggi ha delle determinate caratteristiche:

Un codice condiviso

Un insieme di simboli, lettere, modalità condivise da tutti.

Il codice musicale sono le note, i ritmi, l’agogica, il timbro, altezza.

Comprensibile a tutti.

La comprensione deve essere capibile e trasparente a tutti.

Su questo, possiamo iniziare una piccola polemica, poichè adesso non tutti rendono comprensibile l’ascolto e lo studio della musica, rendendo difficile e complesso l’esperienza musicale

Comunica qualcosa.

E’ portatore di un messaggio.

La musica è un linguaggio umano e universale perché fa parte della natura umana ancora prima che ci fosse una definizione di linguaggio verbale, non verbale o scritto.
Il linguaggio della musica è in stretto legame con le pratiche sociali e interagisce con la nostra personalità, perché ogni suono, ogni rumore suscita una emotività soggettiva. 

Capire la storia sociale della musica ci aiuta a colmare la storia generale del mondo nel quale i compositori hanno agito.
Comprendere la musica attraverso gli sguardi dei mecenati, del pubblico per il quale è stata composta.
In alcuni momenti dello sviluppo della società, il compositore attraverso la sua musica si fa portavoce della mentalità
in cui  circondato e altri momenti in cui la musica è considerata solo nella sua forma più estetica.

La storia sociale della musica si occupa di come la musica è riuscita a mutarsi contemporaneamente ai cambiamenti sociali e politici.
La storia della musica è strettamente legata allo sviluppo della società dell’uomo, caratterizzata
dalle sue peculiarità nazionali e territoriali, mostrando
significativi punti di contatto con le pratiche sociali, e spesso non può essere tematizzata senza riferimento a esse.
Non possiamo isolare la musica dal corso della storia e dalle sue trasformazioni sociali,
poiché è proprio dalla società trova le proprie origini artistiche.

La musica fa parte della vita dell’uomo dai suoi primordiali passi, si può presumere che le primissime
forme di musica siano nate soprattutto dal ritmo: magari per imitare battendo le mani o i piedi il cuore che batte,
il ritmo cadenzato dei piedi in corsa, o del galoppo; o magari alterando le fonazioni spontanee durante un lavoro faticoso e monotono.

Ai primordi dell’uomo, ancora prima della parola, c’era il suono.
Un suono che aiutava a comunicare nella comunità, un suono che riecheggiava nel silenzio della foresta.

In questa più ampia prospettiva la musica scandisce di norma il tempo di comunità più o meno ampie accompagnando in molti momenti importanti della vita, segnando epoche.

Con il tempo, l’uomo si sviluppò e iniziò a creare strumenti da materie prime poverissime;
un esempio di primi strumenti sono le percussioni, e in un secondo tempo gli strumenti a corda e gli strumenti a fiato.
Tamburi di pelle d’animale, corni o solo il semplice battere le mani, inconsapevolmente,
crearono una primissima esperienza musicale con l’intento di esprimere un momento
della propria esistenza, ordinaria e/o straordinaria.
La musica o meglio il suono, fungeva da interprete “silenzioso”, un commentatore onnipresente che coinvolgeva gli individui
nella realtà collettiva.

Questo intento di comunicare i propri sentimenti o dare rilievo all’esperienze umane attraverso la musica fa e ha fatto parte della storia umana, pensiamo ai tutti i riti pagani, alle musiche religiose che scandiscono l’andamento della messa,
aiutando le persone analfabete a comprendere e a immedesimarsi meglio nella preghiera;
il suono dei tamburi e dei corni che scandivano la guerra  o il ticchettio dell’orologio situato in mezzo alla piazza
che ritmava le giornate, tutte hanno un filo conduttore: la musica.
Una melodia con la funzione di
unire le persone che partecipavano all’esperienza e al contempo valorizzarla.

Ciò significa che l’uomo non può fare a meno della musica o della riproduzione dei suoni, perché è essa è insita dentro di sè e l’aiuta a comunicare con gli altri.

La concezione di musica come commentatore “silenzioso”, inizia a cambiare a partire dal 1637, vale a dire da quando l’esperienza musicale divenne puro spettacolo.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    

La vita concertistica e il teatro hanno costituito importanti luoghi di aggregazione sociale, anche a prescindere dalle ideologie, e talvolta dalle fedi politiche di cui sono stati veicolo.
Certo, divenendo ‘spettacolo’, la musica vede mutare il rapporto con la comunità.
La partecipazione tende a configurarsi come un’appropriazione dell’opera dal punto di vista estetico che non rimanda più a riferimenti della vita associata.
La musica come condivisione ed appartenenza della pratica sociale diminuì o semplicemente venne dimenticata,
per dare posto alla pura e semplice rappresentazione estetica, che spesso non combacia con la realtà sociale. 

Non possiamo dire che la funzione sociale innata della musica sparì del tutto,
la distanza estetica che nella ‘rappresentazione’ separa l’ascoltatore dal brano,tuttavia il senso di identificazione e di
appartenenza non si possa realizzare in altre pratiche musicali come le messe, le guerre, i riti di passaggio erano ancora pervasi dalla musica, il “peccato” fu quello, e il passare degli anni non aiutarono, di dimenticarsi di come la musica accompagna le pratiche sociali ordinarie e straordinarie.
L’uomo dando più attenzione alla musica estetica si dimenticò di quella sociale allontanandosi completamente dalla condivisione dell’esperienza umana. 

Per molto tempo, l’essere umano si interessò alla funzione estetica della musica, creando sì melodie stupefacenti e di rara bellezza, comunicando al mondo il proprio stato d’animo (quello del compositore) tuttavia con la mancanza di integrazione con le problematiche del mondo. 

“Nessuno stile musicale ha i suoi propri termini, i suoi termini sono i termini della sua società e della cultura”
Blacking

Il pensiero di Blacking sostiene che tutta la musica comunica qualcosa e che tutti  possono capirla e mette in risalto che è stato l’uomo a focalizzarsi sui suoi prodotti artistici affermando che appartenessero a lui, bensì i prodotti artistici derivano dalla propria cultura e società d’appartenenza.

Arriviamo ai tempi nostri, in cui i termini musica popolare fanno riferimento al contesto sociale e  musica d’arte o classica è più allusivo per il contesto sociale.
La musica classica è percepita come qualcosa di lontano dal contesto e vecchia nelle sue modalità.
Punto di vista ragionevole e sensato poiché il modo con cui si esprime il linguaggio e la società è cambiata notevolmente, ma non è detto che se qualcosa è lontano dal nostro vivere non la riusciamo a comprendere.
Due termini, musica popolare e musica classica, riecheggiano tra i libri e i discorsi delle persone, due categorie, che di certo aiutano i musicisti a distinguere un linguaggio da un altro, ma che sopravvaluta che la musica classica è nata e cresciuta sulle forme di quella popolare.
Differenziamo ed etichettiamo queste due tipologie di musica per una miglior comprensione e perché la storia ce l’ho chiede per motivi di chiarezza e studio, quindi l’uomo ha il vizio di etichettare i tempi, le azioni, le modalità per comprensione ma bisogna ricordarsi che
la musica unisce, crea, si influenza ed è un dato di fatto che fa parte di noi.

Concludendo, la musica è onnipresente nelle nostre vite, nella nostra cultura e, in quanto fenomeno umano innato e universale  ha sempre avuto una funzione comunicativa, di condivisione, nella vita dell’uomo.

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